I racconti di Gente di Dublino ebbero un origine apparentemente casuale. Nel giugno (o ai primi di luglio) 1904 il poeta, giornalista e mistico George Russell, consapevole della condizione di indigenza del giovane Joyce, senza arte né parte dopo la morte della madre e il fallimento del padre, si propose di aiutarlo. La lettera che gli mandò è un documento interessante:
Caro Joyce, legga il racconto in questo giornale, "The Irish Homestead". Potrebbe scrivere qualcosa di semplice, rurale?, vivo?, patetico?, che si possa pubblicare senza scandalizzare i lettori. Se potesse fornire una novella di 1800 parole circa, pubblicabile, il direttore le pagherà una sterlina. E' un guadagno facile se Lei sa scrivere di getto e se non Le dispiace una volta tanto concedersi alla comprensione e al gusto correnti. Potrà firmarla con lo pseudonimo che vuole. Cordialmente,
Geo. W. Russell
Le allusioni alla suscettibilità dei lettori sono dovute al fatto che il settimanale "The Irish Homestead" era l'organo della società per l'Organizzazione Agricola Irlandese. Comunque Joyce accettò l'offerta e assunse come pseudonimo il nome del protagonista del romanzo autobiografico che andava scrivendo: Stephen Daedalus.
Si direbbe che, "una volta tanto", il giovane artista sdegnoso "che, almeno nella fantasia, aveva fatto conoscenza con l'aristocrazia autentica" dell'intelletto (come dice nel saggio scritto qualche mese prima), si acconciasse ad usare la penna a fini puramente commerciali; tanto più che in quei giorni aveva incontrato Nora Barnacle, e andava maturando un progetto di fuga a due che avrebbe richiesto un qualche appoggio finanziario. Eppure, a dimostrazione dell'integrità estetica e morale di Joyce anche in circostanze tanto pressanti, sta il fatto che, accettando di scrivere quei racconti, egli seppe vederli fin dal principio come parte di un impegno non già economico e non soltanto estetico, ma anche etico e ideologico; seppe inquadrarli in un disegno più vasto - un disegno tanto fermo e durevole che lo si può scorgere ancora in filigrana perfino dietro l'imponente e intricata struttura dell'Ulisse.
I racconti dovevano essere il ritratto di una città e della sua condizione; e quella città e quella condizione dovevano essere metafora del mondo e della condizione dell'uomo [...] Va aggiunto, a sottolinearne il carattere innovativo rispetto alla letteratura del suo tempo e all'intera tradizione novellistica inglese precedente, che, proprio attraverso gli stretti legami non fra personaggi ma fra i temi delle varie storie, è raggiunto l'effetto cumulativo di tracciare, al di là dell'apparente intimismo di ciascun racconto, un vasto ed organico quadro sociale, con un impianto ideologico ben definito. Che l'autore ne sia consapevole appare chiaro dalla lunga e appassionata corrispondenza che egli ebbe nel 1906 con l'editore inglese Grant Richards il quale, dopo aver accettato la raccolta per pubblicarla, ebbe paura di fastidi legali (offese alla monarchia, alla religione, alla morale) e cercò di esercitare una censura che Joyce rifiutò, a costo di dover attendere altri otto anni prima di veder pubblicato il libro.
5 maggio 1906: E' stata mia intenzione di scrivere un capitolo della storia morale del mio paese, e ho scelto Dublino come scena perché questa città mi sembrava essere il centro della paralisi. Ho cercato di presentarla al pubblico indifferente sotto quattro dei suoi aspetti: infanzia, adolescenza, maturità e vita pubblica. Le novelle sono disposte in tale ordine. L'ho scritto per la maggior parte con uno stile di scrupolosa mediocrità e con la convinzione che chi osa alterare nella presentazione o, peggio ancora, deformare quel che ha visto e sentito, sia un temerario.
20 maggio 1906: Mi batto per conservare [i passi e i racconti di cui Richards chiedeva l'eliminazione] perché sono convinto che nel comporre il mio capitolo di storia morale esattamente nel modo in cui l'ho composto, ho compiuto il primo passo verso la liberazione spirituale del mio paese.
23 giugno 1906: Non è colpa mia se l'odore di cenere, d'erbe macerate e d'immondizie aleggia sulle mie novelle. Io credo seriamente che Lei ritarderà il corso della civiltà in Irlanda, se impedirà agli irlandesi di contemplare per bene se stessi nel mio specchio tirato a lucido.
[i brani sono tratti da un'introduzione di Giorgio Melchiori scritta nel 1973]