sabato 20 gennaio 2007
venerdì 19 gennaio 2007
ANGOULÊME
FESTIVAL INTERNATIONAL DE LA BANDE DESINÉE
25-28 gennaio 2007
sarò allo stand della vittorio pavesio productions a fare dediche su "pinocchio - histoire d'un enfant" da mattina a sera per tutti i quattro giorni. è la prima volta che ci vado a presentare un libro... sono un po' emozionato? un po'. ci vediamo lì.
Etichette: PERSONALI
Pubblicato da
ausonia
7
considerazioni
mercoledì 3 gennaio 2007
P-HPC - GENESI DI UN FOTOFUMETTO
PRIMA PARTE
[ne scrivo senza aver paura di svelare troppo. perché in p-hpc tutto viene svelato nelle prime pagine. non è certo una storia basata sul colpo di scena. ma ovviamente le cose importanti, narrativamente parlando, le terrò per me.]

era il febbraio del 2000. le torri gemelle erano in piedi insieme a quella vaga illusione di vacuo benessere patinato che intorpidiva le nostre testoline occidentali.
era il periodo in cui seth fisher era tornato negli stati uniti dopo un anno passato a firenze, e in giro si parlava ancora della bufala del millennium bug. avevo appena lasciato la mia ragazza e l'esperienza al rusty dreams (lo studio che condividevo, fra gli altri, con mastro pagliaro) si era conclusa. da qualche mese avevo preso a dipingere quadri di post-umani per un mercante mezzo pazzo che mi pagava piuttosto bene. ma ero senza un lavoro. e senza tante altre cose. capita... e sono i periodi migliori che ti possono capitare. perché quando ti guardi intorno e non vedi niente, hai solo voglia di costruire qualcosa.
in agosto avevo incontrato kevin eastman, a san diego, che mi aveva preso una storia per heavy metal e me ne aveva chieste altre che però non avevo. e non avevo neanche idee su cui lavorare. capita anche questo...
e poi ricevetti una lettera da parte della mia ex che si paragonava ai post-umani che dipingevo in quel periodo, parlava della sua scelta sistematica di abbandonare ogni forma di sentimentalismo e della volontà di costruirsi un nuovo approccio verso l'esistenza, per non soffrire. parlava della nuova se stessa come di un robot efficiente e distaccato. vabbè, era ferita e cercava di reagire...
ma cavolo, quella sì, pensai, che era una storia. quella lettera era il soggetto per un fumetto. (sì, ero più cinico di adesso, in quel periodo)
disegnai una storia di 24 pagine in bianco e nero. china, linea chiara (mai usata questa tecnica in vita mia. sempre fatto fumetto pittorico fino a quel momento). e senza una sceneggiatura scritta. avevo una potentissima lettera di non amore attaccata alla parete. ed era più che sufficiente.

avevo pensato alla storia fra uto e sarah, due ragazzini che stanno per finire il liceo, più o meno ambientata ai giorni nostri. sarah scompare. uto la cerca. la cerca. la cerca. la cerca. come si cercano le ragazze a diciassette anni. e non la trova. perché sarah ha fatto una scelta definitiva e immodificabile. sarah è ricoverata al p-hpc perché vuole diventare un robot industriale.
più o meno la storia era così. a kevin sembrò interessante, anche se riuscì a pubblicarla solo nel numero di settembre di due anni dopo... ma io, io pensavo fosse solo l'inizio di una storia.
il 12 settembre del 2001 ero in aereoporto per atene, per una mostra organizzata dai tipi di babel. c'erano militari ovunque. controlli. ogni arabo veniva portato in stanze chiuse per maggiori verifiche. era un mondo diverso. da ieri, pensai, è cambiato tutto. almeno, il vacuo benessere patinato che intorpidiva le nostre testoline occidentali, aveva lasciato il posto a qualcos'altro. sicuramente al disorientamento iniziale.
ad atene la gente brindava in strada al crollo delle torri. c'era paura e un certo entusiasmo. non capivo. l'occidente si era ripiegato su se stesso in meno di 24 ore. sembrava non esistere più niente. e quando non c'è niente, pensai, hai solo voglia di costruire qualcosa. e forse, derivavano proprio da questo, l'entusiasmo e i gran sorrisi degli ateniesi.

fu in quei giorni che scrissi alcune cose su un possibile continuo della storia fra uto e sarah.
perché uto, il diciassettenne, perdendo sarah... aveva perso tutto. e non aveva più niente.
cosa avrebbe voluto costruire? mi chiesi in albergo. se stesso, mi risposi. e dove si va quando ci si vuole ricostruire?
si va al p-hpc.
lì c'è sarah e la possibilità d'incontrarla nuovamente. di portarla via. di salvarla.
ma il post-human processing center... è un vortice che ti risucchia e che ti stringe a sé.
è un luogo in cui non si costruisce niente. è il luogo della de-costruzione dell'adolescenza.
e forse era questo, pensavo allora, che avrebbe dovuto fare l'occidente post 11 settembre: decostruire se stesso. ricominciare. crescere.
ma poi arrivò la guerra in afghanistan e poi quella in iraq. a dimostrazione che nulla era stato capito. e che le speranze sarebbero state tutte disattese.
quindi cosa sarebbe successo a sarah? e al povero uto?
SECONDA PARTE

ovviamente p-hpc non è volutamente una storia metaforica sullo stato attuale dell'occidente, visto dai miei occhi. non era certo mia intenzione. il fatto è che quando tieni in testa una storia per sei anni, non è difficile che risenta, nei suoi passaggi, del clima generale in cui ti trovi a scriverla. ed è davvero buffo, per me, adesso, scoprirla così.
verso la fine del 2003 ricevetti diverse mail da lettori statunitensi e anche da un paio di marines ragazzini che erano appena tornati dalla guerra. mi facevano i complimenti... uno mi scrisse di aver avuto una ragazza stronza quanto sarah, lo aveva lasciato per un lavoro in un altro stato. cazzate così.
pensai che sarebbe stato interessante continuare a sviluppare quella storia su heavy metal. ma cambiai subito idea. avevo bisogno di tempo. non volevo mettermi fretta. l'idea di farne un libro tutto intero, senza spezzettarla su una rivista contenitore, mi intrigava maggiormente. l'editore? boh, l'avrei cercato più avanti.

da quel momento, fino alla fine del 2005, feci altro. black-out totale. c'era una nuova persona nella mia vita. una cosa un po' complicata. vabbé... black-out, l'ho scritto? sì. avevo trovato un gallerista e non facevo altro che dipingere. dipingere. dipingere. e basta.
i fumetti? i fumetti avevano le parole e io non avevo molta voglia di parlare. i quadri dicevano cose a bocca chiusa. erano perfetti, per me.
quindi p-hpc rimase chiuso in un cassetto fino agli inizi del 2006, quando ricominciai seriamente a lavorare su questo progetto, con quasi tre anni di vita in più alle spalle. e rileggendolo, p-hpc... mi parve davvero una storia scritta da un ragazzino. e pensai che fosse ingenua e quindi buona, visto che era raccontata da un diciassettenne.
ma avevo anch'io, come quel soldato americano, incontrato la mia sarah... e p-hpc era soprattutto una storia d'amore fra adolescenti finita male. insomma, non avevo più quell'ingenuità per continuare a scriverla. ne avevo di cose nuove da raccontare in proposito, ma erano le cose di un trent'enne che male si adattavano a uto e a sarah. a personaggi che avevano quasi la metà dei mie anni... quindi: lungo periodo di crisi. dedicato a cercare di recuperare certe cose dal mio passato. rilessi tutti i miei diari di un tempo e cercai di rivedere le cose in un certo modo... interessante. ma molto complicato. ogni cosa che scrivevo mi sembrava una forzatura. e lo era.
poi non so cosa sia successo... ma riuscii a ristabilire un contatto con uto. mi sembrò di averlo ritrovato... sì, era proprio lui. scafato, introverso... taciturno. con le magliette colorate comprate dalla madre. senza interessi particolari, senza progetti originali... era il mio amichetto uto. uno che si lasciava vivere. l'unica certezza che aveva era quella di essere innamorato di sarah. punto. nient'altro. ma non per questo stupido.
se fosse potuto crescere, uto, quel ragazzino, forse avrebbe potuto anche sorprendermi.
ma il post-human processing center... è un vortice che ti risucchia e che ti stringe a sé.
TERZA PARTE

e adesso è il 2007 e sto ancora lavorando su P-HPC. il mondo in questi sette anni è cambiato mille volte rimanendo esattamente se stesso. quello di sempre. non contiene più seth fisher, insieme a tante altre cose e persone. ma tutto sommato... il mondo se ne frega dei cambiamenti. anche di quelli irreversibili. e continua ad andare. non in avanti, certo. perché il mondo se ne frega anche dell'idea della verticalità del tempo. ma certo è, che questo pianeta non si aspettva che il discutibile agire umano, lo privasse anche del susseguirsi regolare delle stagioni, e dell'esatta intuizione nietzscheana dell'eterno divenire.
vicino a casa mia, ad esempio, c'è un alberello di mimosa tutto in fiore, come fosse primavera. e mi chiedo: è veramente gennaio? non ne ho più certezza. e sul giornale leggo di sinistre germogliazioni floreali in tutto il globo. staremo a vedere cosa succede. magari è l'ennesima bufala annuale. come quella del millennium bug... o dell'influeza aviaria. o del... vabbé. io continuo a scattare fotografie e a scrivere di uto e di sarah. consapevole che forse ha senso solo per me.
ma se sarò abbastanza bravo, questo mio libro sboccerà a fine aprile.
in primavera. già.
sbattendosene dello scioglimento dei ghiacciai e dell'effetto serra.
[ne scrivo senza aver paura di svelare troppo. perché in p-hpc tutto viene svelato nelle prime pagine. non è certo una storia basata sul colpo di scena. ma ovviamente le cose importanti, narrativamente parlando, le terrò per me.]

era il febbraio del 2000. le torri gemelle erano in piedi insieme a quella vaga illusione di vacuo benessere patinato che intorpidiva le nostre testoline occidentali.era il periodo in cui seth fisher era tornato negli stati uniti dopo un anno passato a firenze, e in giro si parlava ancora della bufala del millennium bug. avevo appena lasciato la mia ragazza e l'esperienza al rusty dreams (lo studio che condividevo, fra gli altri, con mastro pagliaro) si era conclusa. da qualche mese avevo preso a dipingere quadri di post-umani per un mercante mezzo pazzo che mi pagava piuttosto bene. ma ero senza un lavoro. e senza tante altre cose. capita... e sono i periodi migliori che ti possono capitare. perché quando ti guardi intorno e non vedi niente, hai solo voglia di costruire qualcosa.
in agosto avevo incontrato kevin eastman, a san diego, che mi aveva preso una storia per heavy metal e me ne aveva chieste altre che però non avevo. e non avevo neanche idee su cui lavorare. capita anche questo...
e poi ricevetti una lettera da parte della mia ex che si paragonava ai post-umani che dipingevo in quel periodo, parlava della sua scelta sistematica di abbandonare ogni forma di sentimentalismo e della volontà di costruirsi un nuovo approccio verso l'esistenza, per non soffrire. parlava della nuova se stessa come di un robot efficiente e distaccato. vabbè, era ferita e cercava di reagire...
ma cavolo, quella sì, pensai, che era una storia. quella lettera era il soggetto per un fumetto. (sì, ero più cinico di adesso, in quel periodo)
disegnai una storia di 24 pagine in bianco e nero. china, linea chiara (mai usata questa tecnica in vita mia. sempre fatto fumetto pittorico fino a quel momento). e senza una sceneggiatura scritta. avevo una potentissima lettera di non amore attaccata alla parete. ed era più che sufficiente.

avevo pensato alla storia fra uto e sarah, due ragazzini che stanno per finire il liceo, più o meno ambientata ai giorni nostri. sarah scompare. uto la cerca. la cerca. la cerca. la cerca. come si cercano le ragazze a diciassette anni. e non la trova. perché sarah ha fatto una scelta definitiva e immodificabile. sarah è ricoverata al p-hpc perché vuole diventare un robot industriale.più o meno la storia era così. a kevin sembrò interessante, anche se riuscì a pubblicarla solo nel numero di settembre di due anni dopo... ma io, io pensavo fosse solo l'inizio di una storia.
il 12 settembre del 2001 ero in aereoporto per atene, per una mostra organizzata dai tipi di babel. c'erano militari ovunque. controlli. ogni arabo veniva portato in stanze chiuse per maggiori verifiche. era un mondo diverso. da ieri, pensai, è cambiato tutto. almeno, il vacuo benessere patinato che intorpidiva le nostre testoline occidentali, aveva lasciato il posto a qualcos'altro. sicuramente al disorientamento iniziale.
ad atene la gente brindava in strada al crollo delle torri. c'era paura e un certo entusiasmo. non capivo. l'occidente si era ripiegato su se stesso in meno di 24 ore. sembrava non esistere più niente. e quando non c'è niente, pensai, hai solo voglia di costruire qualcosa. e forse, derivavano proprio da questo, l'entusiasmo e i gran sorrisi degli ateniesi.

fu in quei giorni che scrissi alcune cose su un possibile continuo della storia fra uto e sarah.perché uto, il diciassettenne, perdendo sarah... aveva perso tutto. e non aveva più niente.
cosa avrebbe voluto costruire? mi chiesi in albergo. se stesso, mi risposi. e dove si va quando ci si vuole ricostruire?
si va al p-hpc.
lì c'è sarah e la possibilità d'incontrarla nuovamente. di portarla via. di salvarla.
ma il post-human processing center... è un vortice che ti risucchia e che ti stringe a sé.
è un luogo in cui non si costruisce niente. è il luogo della de-costruzione dell'adolescenza.
e forse era questo, pensavo allora, che avrebbe dovuto fare l'occidente post 11 settembre: decostruire se stesso. ricominciare. crescere.
ma poi arrivò la guerra in afghanistan e poi quella in iraq. a dimostrazione che nulla era stato capito. e che le speranze sarebbero state tutte disattese.
quindi cosa sarebbe successo a sarah? e al povero uto?
SECONDA PARTE

ovviamente p-hpc non è volutamente una storia metaforica sullo stato attuale dell'occidente, visto dai miei occhi. non era certo mia intenzione. il fatto è che quando tieni in testa una storia per sei anni, non è difficile che risenta, nei suoi passaggi, del clima generale in cui ti trovi a scriverla. ed è davvero buffo, per me, adesso, scoprirla così.verso la fine del 2003 ricevetti diverse mail da lettori statunitensi e anche da un paio di marines ragazzini che erano appena tornati dalla guerra. mi facevano i complimenti... uno mi scrisse di aver avuto una ragazza stronza quanto sarah, lo aveva lasciato per un lavoro in un altro stato. cazzate così.
pensai che sarebbe stato interessante continuare a sviluppare quella storia su heavy metal. ma cambiai subito idea. avevo bisogno di tempo. non volevo mettermi fretta. l'idea di farne un libro tutto intero, senza spezzettarla su una rivista contenitore, mi intrigava maggiormente. l'editore? boh, l'avrei cercato più avanti.

da quel momento, fino alla fine del 2005, feci altro. black-out totale. c'era una nuova persona nella mia vita. una cosa un po' complicata. vabbé... black-out, l'ho scritto? sì. avevo trovato un gallerista e non facevo altro che dipingere. dipingere. dipingere. e basta.i fumetti? i fumetti avevano le parole e io non avevo molta voglia di parlare. i quadri dicevano cose a bocca chiusa. erano perfetti, per me.
quindi p-hpc rimase chiuso in un cassetto fino agli inizi del 2006, quando ricominciai seriamente a lavorare su questo progetto, con quasi tre anni di vita in più alle spalle. e rileggendolo, p-hpc... mi parve davvero una storia scritta da un ragazzino. e pensai che fosse ingenua e quindi buona, visto che era raccontata da un diciassettenne.
ma avevo anch'io, come quel soldato americano, incontrato la mia sarah... e p-hpc era soprattutto una storia d'amore fra adolescenti finita male. insomma, non avevo più quell'ingenuità per continuare a scriverla. ne avevo di cose nuove da raccontare in proposito, ma erano le cose di un trent'enne che male si adattavano a uto e a sarah. a personaggi che avevano quasi la metà dei mie anni... quindi: lungo periodo di crisi. dedicato a cercare di recuperare certe cose dal mio passato. rilessi tutti i miei diari di un tempo e cercai di rivedere le cose in un certo modo... interessante. ma molto complicato. ogni cosa che scrivevo mi sembrava una forzatura. e lo era.
poi non so cosa sia successo... ma riuscii a ristabilire un contatto con uto. mi sembrò di averlo ritrovato... sì, era proprio lui. scafato, introverso... taciturno. con le magliette colorate comprate dalla madre. senza interessi particolari, senza progetti originali... era il mio amichetto uto. uno che si lasciava vivere. l'unica certezza che aveva era quella di essere innamorato di sarah. punto. nient'altro. ma non per questo stupido.
se fosse potuto crescere, uto, quel ragazzino, forse avrebbe potuto anche sorprendermi.
ma il post-human processing center... è un vortice che ti risucchia e che ti stringe a sé.
TERZA PARTE

e adesso è il 2007 e sto ancora lavorando su P-HPC. il mondo in questi sette anni è cambiato mille volte rimanendo esattamente se stesso. quello di sempre. non contiene più seth fisher, insieme a tante altre cose e persone. ma tutto sommato... il mondo se ne frega dei cambiamenti. anche di quelli irreversibili. e continua ad andare. non in avanti, certo. perché il mondo se ne frega anche dell'idea della verticalità del tempo. ma certo è, che questo pianeta non si aspettva che il discutibile agire umano, lo privasse anche del susseguirsi regolare delle stagioni, e dell'esatta intuizione nietzscheana dell'eterno divenire.vicino a casa mia, ad esempio, c'è un alberello di mimosa tutto in fiore, come fosse primavera. e mi chiedo: è veramente gennaio? non ne ho più certezza. e sul giornale leggo di sinistre germogliazioni floreali in tutto il globo. staremo a vedere cosa succede. magari è l'ennesima bufala annuale. come quella del millennium bug... o dell'influeza aviaria. o del... vabbé. io continuo a scattare fotografie e a scrivere di uto e di sarah. consapevole che forse ha senso solo per me.
ma se sarò abbastanza bravo, questo mio libro sboccerà a fine aprile.
in primavera. già.
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