domenica 15 giugno 2008

MI DICO CHE STA FINENDO...

... e mi dico che è necessario.
c'eravamo lasciati sull'ultimo post nel momento in cui dicevo di dover approfondire un paio di cose. forse. e una riguardava anche questo blog.
quel paio di cose credo di averle approfondite nelle risposte a quel post. quindi tocca parlare di questo blog. ai tempi della desertificazione.
no, non mi riferisco a quella ambientale dovuta alla mancanza di pioggia o alla deforestazione. no no. e non è un caso che il colore di fondo sia questo rosa incarnato. è la desertificazione mia. la vostra. quella di questi poveri esseri umani che si trovano a vivere adesso... con la crisi economica, sociale, culturale e i 2500 militari per le strade. che pattugliano il pattume. e altre prove di soluzione finale democratica. periodo di merda.
me ne torno indietro nel tempo. a quando nessuno si preoccupava di me. oh, la mia vita mi piaceva. e anche il "come" facevo le cose. lontano dagli sguardi.
vabbé, se vi va ci rincontreremo fra le pagine dei miei prossimi libri. altrimenti... fa lo stesso.
è stato un piacere. sono stato bene e mi avete fatto compagnia. mi avete fatto incazzare e ridere, anche. e altre cose. grazie a tutti. davvero.
spengo l'insegna e vado.

giovedì 12 giugno 2008

MI DICO CHE STA FINENDO... [1ª parte]

... e mi dico che è un bene.
del resto, non mi interessa per davvero. non mi è mai interessato. alla fine la cosa che mi piace di ciò che faccio è il come. e questo "come" sta tutto dietro le quinte. in disparte. lontano da tutti gli abitanti del mondo. è una cosa riservata. una cosa fra me e me. come quando apri l'armadio e scegli una camicia: ne scelgli una. e di questa cosa, e di questa scelta, non frega niente a nessuno. e il fatto che a nessuno freghi niente... gente, è fantastico.
quindi faccio quel che faccio. da solo. di testa mia. punto. converso con i miei personaggi. tempero le matite. scarabocchio qualcosa. qualche telefonata. fisso il soffitto. vedo un'amica. scrivo. strappo. incollo. giro per le librerie e le biblioteche. mi documento. studio. cambio idea. creo delle scalette. le distruggo. leggo una cosa che mi fa pensare meglio. chatto col mio editore e parliamo di donne. faccio altre scalette incomprensibili. litigo con pavesio. bevo milioni di caffé. esco la sera sempre con la testa affollata di pensieri a metà e faccio miliardi di altre cose. e nessun abitante del mondo si preoccupa del come io le faccia. fantastico.
ecco, per me funziona così. fare quel che faccio.
finalmente me lo sono detto... lo sapevo già, è vero, ma ora me lo sono proprio detto: odio promuovere i miei libri.
davvero. lo detesto. mi interessa farli. non mi interessa andare a venderli. le scarpe non le vende chi le progetta o chi le cuce. le vende chi le produce. le vende il distributore. le vende il negoziante. io non posso credere che i libri li vada a vendere l'autore alle fiere, nelle fumetterie e nelle librerie. è uno squallore infinito. una sorta di roba porta a porta, triviale. ne ho le palle più che piene. i miei libri sono ben distribuiti. si trovano ovunque e se non si trovano si possono ordinare in fumetteria o in libreria. una mina antiuomo ci ha strappato le gambe? c'è internet. si possono acquistare on-line... e un'omino simpatico ce li porta direttamente a casa nostra. io desidero trascorrere le mie giornate lavorando e farlo bene. punto. e voglio fare solo questo. è possibile? certo. dipende solo da me. quindi è possibile.
da due anni e mezzo non faccio altro che prendere treni, autobus, pulman, aerei, taxi, auto. fare e disfare valigie. fare e disfare valigie. fare e disfare valigie. entrare e uscire da decine di alberghi. fare disegnini sui frontespizi controvoglia. centinaia di pallosissimi disegnini che non vogliono dire un cazzo di niente. è solo una strategia di mercato. è solo una stupidissima strategia.
in questi ultimi 30 mesi ho fatto miliardi di incontri e devo dire di essere stato bene. umanamente parlando. ma gli incontri... in cui mi si chiede di parlare dei miei libri. boh.
ecco, l'autore è l'unica persona al mondo che non sa un cazzo dei suoi libri. perché quando legge una sua storia sa già come andrà a finire. sa cosa succederà a tutti i suoi personaggi. sa che dopo pagina 15 succede una cosa a pagina 16 e un'altra a pagina 17. lo sa. come un cantante che conosce tutti i versi di un suo pezzo e anche tutti gli altri versi che poi ha cancellato, riscritto, modificato, aggiustato. fra una vignetta e l'altra non c'è uno spazio bianco, ma giornate piene di ricordi fatti di cose vissute o meno. di sesso, di stazioni ferroviarie, di chiacchiere con gli amici, di lutti più o meno definitivi, di risate e di tutte quelle altre cose (anche di niente e di noia) che compongono un'esistenza. fra una vignetta e l'altra non c'è quel vuoto bianco che permette al cervello del lettore di formulare una probabile e immaginaria e automatica intercalazione fra due scene disegnate. no. c'è un mondo. quello spazio bianco è uno spazio pieno che interrompe continuamente la sequenza. snaturandola e compromettendola. un autore sa talmente tutto del suo libro che non sa leggerlo. non gli è possibile. un autore sa solo che l'ha realizzata, quella storia. quindi di cosa può parlare a un incontro? di cosa? di una cosa che gli è del tutto sconosciuta: il suo libro finito. qulcuno penserà: "potrà parlare del processo creativo, allora". ma stiamo scherzando? il processo creativo (almeno che non si tratti di un libro spudoratamente di genere) è semplicemente un mistero. un mistero bello e buono. quindi che l'autore faccia quel che vuole e come vuole, con i suoi tempi e con i suoi strumenti, dia alle stampe il suo lavoro... e si tolga definitivamente dai coglioni. se è onesto.
quindi, per il futuro, credo di ridimensionare di molto i miei interventi (interviste, fiere, presentazioni, ecc...) e di dedicare la quasi totalità del mio tempo al fare ciò che faccio. e basta.
ma mi rendo conto che devo approfondire un paio di cose. forse. e una riguarda anche questo blog...............